La fabbrica delle idee

 

giovedì, 01 maggio 2008


Abbiamo appreso da meno di un'ora della morte di Sbancor.

Era - e per quel che ci riguarda rimane - collaboratore di Carmilla, autore di libri ("Diario di guerra", 2000, e "American Nightmare", 2003), mediattivista e militante anarchico, esperto di economia e finanza, persona appassionata. Suoi interventi sono apparsi, oltre che su questo sito, su Rekombinant, Indymedia e Giap.

continua in Carmilla

pubblicato da joy_lb | plink | 00:58 |commenti
cultura, politica, memoria, silenzio, copio e incollo


venerdì, 25 aprile 2008

Stamattina mi sono alzato
O bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
Stamattina mi sono alzato
E ho trovato l'invasor

O partigiano portami via
O bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
O partigiano portami via
Che mi sento di morir

E se io muoio da partigiano
O bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
E se io muoio da partigiano
Tu mi devi seppellir

E seppellire lassu' in montagna
O bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
E seppellire lassu' in montagna
Sotto l'ombra di un bel fior

E le genti che passeranno
O bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
E le genti che passeranno
Mi diranno che bel fior

E questo e' il fiore del partigiano
O bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
E questo e' il fiore del partigiano
Morto per la liberta'
E questo e' il fiore del partigiano
Morto per la liberta'

Voci di Mezzo
pubblicato da joy_lb | plink | 09:27 |commenti
25 aprile, bella ciao canti popolari


sabato, 05 aprile 2008


Pubblicati oggi (ndr 4 aprile 2008) i dati Ocse. Il nostro paese ha diminuito l'impegno contro la povertà e si allontana dal rispetto degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.
 
pubblicato da joy_lb | plink | 20:45 |commenti (1)
politica, campagne, diritti umani, noexcuse2015




MarinellaCorreggia

Sembra la letterina delle buone intenzioni. Entro il 2015 dobbiamo: dimezzare la quantità di persone colpite da povertà estrema e fame; raggiungere l'istruzione universale per tutti; promuovere l'eguaglianza di genere e l'empowerment delle donne; ridurre la mortalità infantile; migliorare la salute materna; combattere Aids, malaria e malattie «dei poveri»; assicurare la sostenibilità ambientale. Sono i cosiddetti Obiettivi di sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) fissati dall'Onu nel 2000. Dentro c'è di tutto, anche l'accesso all'acqua potabile e ai servizi igienici (a cui è dedicato il 2008).
Qualche risultato in materia c'è stato, negli anni scorsi. Lo ha evidenziato la due-giorni di bilancio e di identificazione dei problemi organizzata dall'Assemblea Generale dell'Onu; ne dà conto l'agenzia stampa terzomondista Inter Press Service. Moderate buone notizie vengono soprattutto dal campo della salute: tre milioni di bambini in più sopravvivono ai loro primi cinque anni di vita; due milioni di persone in più ricevono un trattamento antiAids; milioni di bambini in più vanno a scuola. Povertà, istruzione e salute sono i tre obiettivi chiave, i più urgenti, che hanno un effetto sugli altri. Ma: mancano miseri sette anni e quei famosi dimezzamenti sono lontanissimi. Perché? Oltre ai soliti ostacoli, nuovi problemi grossi come macigni si mettono di traverso. Fra questi: i costi alle stelle di cibo e petrolio, l'aumento dei costi dei trasporti, una riduzione nelle spese per l'«aiuto» allo sviluppo (ma sarebbe meglio chiamarlo restituzione) e perfino una carenza di lavoratori nel campo della sanità. Così il numero assoluto - va meglio con le percentuali - di poveri nell'Africa Subsahariana continua a crescere: nel 2015 potrebbero essere 360 milioni. Inoltre 72 milioni di bambini a livello globale non vengono nemmeno iscritti a scuola. Non solo: circa 10 milioni di bambini muoiono prima di raggiungere i cinque anni di età. E poi: 1,7 milioni di africani in più ogni anno diventano sieropositivi. E c'è il dato, denunciato da Amnesty International, del mezzo milione di donne che nel mondo ogni anno muoiono di parto. Quanto al cibo, Josette Sheeran, direttrice esecutiva del World Food Programme (Wfp) avverte che ci sono segnali precisi che «si sta entrando in un nuovo periodo di fame» mentre il numero assoluto di affamati è di 854 milioni. Il Wfp la settimana scorsa ha lanciato un appello: servono almeno 500 milioni di dollari per coprire i programmi di assistenza alimentare per il 2008. Ma un aumento del 20 per cento dei prezzi delle derrate alimentari da gennaio a ora, dal grano al riso, ha provocato già tumulti per il pane in Burkina Faso, Costa d'Avorio, Egitto e Camerun.
La pianificazione familiare è la grande assente nella gran parte delle politiche nazionali. Eppure, secondo calcoli dell'Unfpa (Fondo dell'Onu per la popolazione) realizzati per l'Egitto, ogni dollaro investito in questo settore farebbe risparmiare oltre 30 dollari di spesa per istruzione, salute, cibo, casa e servizi igienici e idrici. Studi condotti in Messico, Vietnam e Thailandia dimostrano l'importanza di questo investimento «preventivo». Anche se poi è allucinante che l'Unfpa - come altri organismi - traduca l'analisi costi-benefici in termini monetari: «L'impatto economico globale delle morti materne e neonatali ammonta a 15 miliardi di dollari all'anno in perdita di produttività»!
Comunque una delle ragioni del mancato progresso nella riduzione della mortalità materna sta nella carenza di lavoratori della salute a livello di base, dovuto sia a restrizioni di bilancio che alla scarsa attrattività di molte di queste professioni nel Sud del mondo. In Africa e Asia mancano quattro milioni di addetti, e soprattutto c'è bisogno immediato di oltre 300mila ostetriche nei villaggi. Certo, investendo ogni anno l'equivalente di 12 ore di spese militari, se ne pagherebbero di ostetriche e in generale, secondo l'Onu, si salverebbero mezzo milione di donne e otto milioni di bambini. Ma l'Onu di chi è?

il manifesto, 5 aprile 2008
pubblicato da joy_lb | plink | 20:15 |commenti
politica, pace, campagne, diritti umani, copio e incollo, onu , noexcuse2015


martedì, 19 febbraio 2008


di Yifat Susskind

Dalla mailing list Luciano Martocchia - Pescara riprendiamo questo intervento della direttrice alle comunicazioni del gruppo femminista Madre (per "Znet", gennaio 2008 - trad. Maria G. Di Rienzo)

A Bassora, la seconda città irachena per estensione, il 2008 ha avuto inizio con l’annuncio della percentuale di donne assassinate dalle milizie islamiste durante il 2007. I funzionari cittadini hanno riportato il 31 dicembre che 133 donne sono state uccise e mutilate nel corso del 2007, i loro corpi infilati in bidoni dell’immondizia con cartelli che ammonivano le altre a non “violare gli insegnamenti islamici”. Ma gli autisti delle ambulanze, che hanno il compito di girare per la città al mattino presto per raccogliere i cadaveri, confermano ciò che i residenti di Bassora continuano a dire, e cioè che i numeri sono molto più alti.

pubblicato da joy_lb | plink | 18:59 |commenti (1)
iraq, politica, donne, news, notizie, diritti umani


sabato, 08 dicembre 2007


NON SOLO IL 10 DICEMBRE, MA PER SEMPRE


Anche oggi è un buon giorno.
Un buon giorno per guardare,
oltre i miei interessi,
l'umano nell'altro.
Per far allargare i confini della democrazia,
fino alla totale autogestione.
Per far evolvere i rapporti sociali,
fino alla totale cooperazione.

Anche oggi è un buon giorno.
Un buon giorno per fermare i disastri
del patriottismo e del nazionalismo.
Per far crescere la libertà e quindi la capacità di critica,
perché troppo cose sono date per scontate e prestabilite.
Per fermare l'umiliazione di tanti esseri umani,
per l'affermazione della dignità di ognuno.

Anche oggi è un buon giorno.
Un buon giorno per contribuire
a quel mutamento radicale dello schema di potere
e dell'organizzazione della società,
quel mutamento così necessario
per fermare il disastro ecologico.
Per far sì che l'economia non sia più
sinonimo di sfruttamento dell'uomo,
ma solo uno strumento al servizio dell'essere umano.

Anche oggi è un buon giorno.
Un buon giorno per insegnare alle nuove generazioni
che la realtà non è qualcosa di immutabile,
ma è oggetto di trasformazione da parte dell'essere umano.
Per affermare che la fede non è il fanatismo che distrugge,
ma può essere una grande forza che apre verso il futuro.
Per far sì che aumenti il rispetto delle diversità,
tutte le diversità, verso una nazione umana universale,
multietnica, multiculturale e multiconfessionale.

Anche oggi è un buon giorno.
Un buon giorno per essere un po' più liberi,
consapevoli che lo saremo sempre di più
quanti più saremo ad essere liberi.
Un buon giorno per far sì che la scienza serva all'essere umano,
al suo sviluppo e alla sua armonia con la natura,
e non più per la distruzione
e per la manipolazione della coscienza sociale
e del comportamento di massa.

Anche oggi è un buon giorno.
Un buon giorno per affermare ancora una volta
che la solidarietà, la tolleranza e l'uguaglianza
non possono mancare nelle relazioni umane,
in quanto condizioni indispensabili
per l'applicazione effettiva dei diritti umani universali.

Anche oggi può essere un buon giorno
per i diritti umani.
Anche se non è il 10 dicembre,
può essere un buon giorno.


Roma, 8 dicembre 2007
Carlo Olivieri
medico umanista

Mailing list Dirittiglobali dell'associazione PeaceLink.

pubblicato da joy_lb | plink | 10:59 |commenti
poesia, pace, memoria, diritti, diritti umani


lunedì, 06 agosto 2007


Al signor Claude R. Eatherly
ex maggiore della A. F.
Veterans' Administration Hospital
Waco, Texas

3 giugno 1959

Caro signor Eatherly,
Lei non conosce chi scrive queste righe. Mentre Lei e' noto a noi, ai miei amici e a me. Il modo in cui Lei verra' (o non verra') a capo della Sua sventura, e' seguito da tutti noi (che si viva a New York, a Tokio o a Vienna) col cuore in sospeso. E non per curiosita', o perche' il Suo caso ci interessi dal punto di vista medico o psicologico. Non siamo medici ne' psicologi. Ma perche' ci sforziamo, con ansia e sollecitudine, di venire a capo dei problemi morali che, oggi, si pongono di fronte a tutti noi. La tecnicizzazione dell'esistenza: il fatto che, indirettamente e senza saperlo, come le rotelle di una macchina, possiamo essere inseriti in azioni di cui non prevediamo gli effetti, e che, se ne prevedessimo gli effetti, non potremmo approvare - questo fatto ha trasformato la situazione morale di tutti noi. La tecnica ha fatto si' che si possa diventare "incolpevolmente colpevoli", in un modo che era ancora ignoto al mondo tecnicamente meno avanzato dei nostri padri.
Lei capisce il suo rapporto con tutto questo: poiche' Lei e' uno dei primi che si e' invischiato in questa colpa di nuovo tipo, una colpa in cui potrebbe incorrere - oggi o domani - ciascuno di noi. A Lei e' capitato cio' che potrebbe capitare domani a noi tutti. E' per questo che Lei ha per noi la funzione di un esempio tipico: la funzione di un precursore.
Probabilmente tutto questo non Le piace. Vuole stare tranquillo, your life is your business. Possiamo assicurarLe che l'indiscrezione piace cosi' poco a noi come a Lei, e La preghiamo di scusarci. Ma in questo caso, per la ragione che ho appena detto, l'indiscrezione e' - purtroppo - inevitabile, anzi doverosa. La Sua vita e' diventata anche il nostro business. Poiche' il caso (o comunque vogliamo chiamare il fatto innegabile) ha voluto fare di Lei, il privato cittadino Claude Eatherly, un simbolo del futuro, Lei non ha piu' diritto di protestare per la nostra indiscrezione. Che proprio Lei, e non un altro dei due o tre miliardi di Suoi contemporanei, sia stato condannato a questa funzione di simbolo, non e' colpa Sua, ed e' certamente spaventoso. Ma cosi' e', ormai.
E tuttavia non creda di essere il solo condannato in questo modo. Poiche' tutti noi dobbiamo vivere in quest'epoca, in cui potremmo incorrere in una colpa del genere: e come Lei non ha scelto la sua triste funzione, cosi' anche noi non abbiamo scelto quest'epoca infausta. In questo senso siamo quindi, come direste voi americani, "on the same boat", nella stessa barca, anzi siamo i figli di una stessa famiglia. E questa comunita', questa parentela, determina il nostro rapporto verso di Lei. Se ci occupiamo delle Sue sofferenze, lo facciamo come fratelli, come se Lei fosse un fratello a cui e' capitata la disgrazia di fare realmente cio' che ciascuno di noi potrebbe essere costretto a fare domani; come fratelli che sperano di poter evitare quella sciagura, come Lei oggi spera, tremendamente invano, di averla potuta evitare allora.
Ma allora cio' non era possibile: il meccanismo dei comandi funziono' perfettamente, e Lei era ancora giovane e senza discernimento. Dunque lo ha fatto. Ma poiche' lo ha fatto, noi possiamo apprendere da Lei, e solo da Lei, che sarebbe di noi se fossimo stati al Suo posto, che sarebbe di noi se fossimo al Suo posto. Vede che Lei ci e' estremamente prezioso, anzi indispensabile. Lei e', in qualche modo, il nostro maestro.
Naturalmente Lei rifiutera' questo titolo. "Tutt'altro, dira', poiche' io non riesco a venire a capo del mio stato".

*

Si stupira', ma e' proprio questo "non" a far pencolare (per noi) la bilancia. Ad essere, anzi, perfino consolante. Capisco che questa affermazione deve suonare, sulle prime, assurda. Percio' qualche parola di spiegazione.
Non dico "consolante per Lei". Non ho nessuna intenzione di volerLa consolare. Chi vuol consolare dice, infatti, sempre: "La cosa non e' poi cosi grave"; cerca, insomma, di impicciolire l'accaduto (dolore o colpa) o di farlo sparire con le parole. E' proprio quello che cercano di fare, per esempio, i Suoi medici. Non e' difficile scoprire perche' agiscano cosi'. In fin dei conti sono impiegati di un ospedale militare, cui non si addice la condanna morale di un'azione bellica unanimemente approvata, anzi lodata; a cui, anzi, non deve neppure venire in mente la possibilita' di questa condanna; e che percio' devono difendere in ogni caso l'irreprensibilita' di un'azione che Lei sente, a ragione, come una colpa. Ecco perche' i Suoi medici affermano: "Hiroshima in itself is not enough to explain your behaviour", cio' che in un linguaggio meno lambiccato significa: "Hiroshima e' meno terribile di quanto sembra"; ecco perche' si limitano a criticare,
invece dell'azione stessa (o "dello stato del mondo" che l'ha resa possibile), la Sua reazione ad essa; ecco perche' devono chiamare il Suo dolore e la Sua attesa di un castigo una "malattia" ("classical guilt complex"); ed ecco perche' devono considerare e trattare la Sua azione come un "self-imagined wrong", un delitto inventato da Lei. C'e' da stupirsi che uomini costretti dal loro conformismo e dalla loro schiavitu' morale a sostenere l'irreprensibilita' della Sua azione, e a considerare quindi patologico il Suo stato di coscienza, che uomini che muovono da premesse cosi' bugiarde ottengano dalle loro cure risultati cosi' poco brillanti?
Posso immaginare (e La prego di correggermi se sbaglio) con quanta incredulita' e diffidenza, con quanta repulsione Lei consideri quegli uomini, che prendono sul serio solo la Sua reazione, e non la Sua azione.
Hiroshima-self-imagined!
Non c'e' dubbio: Lei la sa piu' lunga di loro. Non e' senza ragione che le grida dei feriti assordano i Suoi giorni, che le ombre dei morti affollano i Suoi sogni. Lei sa che l'accaduto e' accaduto veramente, e, non e'
un'immaginazione. Lei non si lascia illudere da costoro. E nemmeno noi ci lasciamo illudere. Nemmeno noi sappiamo che farci di queste "consolazioni".
No, io dicevo per noi. Per noi il fatto che Lei non riesce a "venire a capo" dell'accaduto, e' consolante. E questo perche' ci mostra che Lei cerca di far fronte, a posteriori, all'effetto (che allora non poteva concepire)
della Sua azione; e perche' questo tentativo, anche se dovesse fallire, prova che Lei ha potuto tener viva la Sua coscienza, anche dopo essere stato inserito come una rotella in un meccanismo tecnico e adoperato in esso con successo. E serbando viva la Sua coscienza ha mostrato che questo e' possibile, e che dev'essere possibile anche per noi. E sapere questo (e noi lo sappiamo grazie a Lei) e', per noi, consolante.
"Anche se dovesse fallire", ho detto. Ma il Suo tentativo deve necessariamente fallire. E precisamente per questo.
Gia' quando si e' fatto torto a una persona singola (e non parlo di uccidere), anche se l'azione si lascia abbracciare in tutti i suoi effetti, e' tutt'altro che semplice "venirne a capo". Ma qui si tratta di ben altro.
Lei ha la sventura di aver lasciato dietro di se' duecentomila morti. E come sarebbe possibile realizzare un dolore che abbracci 200.000 vite umane? Come sarebbe possibile pentirsi di 200.000 vittime?
Non solo Lei non lo puo', non solo noi non lo possiamo: non e' possibile per nessuno. Per quanti sforzi disperati si facciano, dolore e pentimento restano inadeguati. L'inutilita' dei Suoi sforzi non e' quindi colpa Sua, Eatherly: ma e' una conseguenza di cio' che ho definito prima come la novita' decisiva della nostra situazione: del fatto, cioe', che siamo in grado di produrre piu' di quanto siamo in grado di immaginare; e che gli effetti provocati dagli attrezzi che costruiamo sono cosi' enormi che non siamo piu' attrezzati per concepirli. Al di la', cioe', di cio' che possiamo dominare interiormente, e di cui possiamo "venire a capo". Non si faccia rimproveri per il fallimento del Suo tentativo di pentirsi. Ci mancherebbe altro! Il pentimento non puo' riuscire. Ma il fallimento stesso dei Suoi sforzi e' la Sua esperienza e passione di ogni giorno; poiche' al di fuori di questa esperienza non c'e' nulla che possa sostituire il pentimento, e che possa impedirci di commettere di nuovo azioni cosi tremende. Che, di fronte a questo fallimento, la Sua reazione sia caotica e disordinata, e' quindi perfettamente naturale. Anzi, oserei dire che e' un segno della Sua salute morale. Poiche' la Sua reazione attesta la vitalita' della Sua coscienza.

*

Il metodo usuale per venire a capo di cose troppo grandi e' una semplice manovra di occultamento: si continua a vivere come se niente fosse; si cancella l'accaduto dalla lavagna della vita, si fa come se la colpa troppo grave non fosse nemmeno una colpa. Vale a dire che, per venirne a capo, si rinuncia affatto a venirne a capo. Come fa il Suo compagno e compatriota Joe Stiborik, ex radarista sull'Enola Gay, che Le presentano volentieri ad esempio perche' continua a vivere magnificamente e ha dichiarato, con la miglior cera di questo mondo, che "e' stata solo una bomba un po' piu' grossa delle altre". E questo metodo e' esemplificato, meglio ancora, dal presidente che ha dato il "via" a Lei come Lei lo ha dato al pilota dell'apparecchio bombardiere; e che quindi, a ben vedere, si trova nella Sua stessa situazione, se non in una situazione ancora peggiore. Ma egli ha omesso di fare cio' che Lei ha fatto. Tant'e' che alcuni anni fa, rovesciando ingenuamente ogni morale (non so se sia venuto a saperlo), ha dichiarato, in un'intervista destinata al pubblico, di non sentire i minimi "pangs of conscience", che sarebbe una prova lampante della sua innocenza; e quando poco fa, in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, ha tirato le somme della sua vita, ha citato, come sola mancanza degna di rimorso, il fatto di essersi sposato dopo i trenta. Mi pare difficile che Lei possa invidiare questo "clean sheet". Ma sono certo che non accetterebbe mai, da un criminale comune, come una prova d'innocenza, la dichiarazione di non provare il minimo rimorso. Non e' un personaggio ridicolo, un uomo che fugge cosi' davanti a se stesso? Lei non ha agito cosi', Eatherly; Lei non e' un personaggio ridicolo. Lei fa, pur senza riuscirci, quanto e' umanamente possibile: cerca di continuare a vivere come la stessa persona che ha compiuto l'azione. Ed e' questo che ci consola. Anche se Lei, proprio perche' e' rimasto identico con la Sua azione, si e' trasformato in seguito ad essa.
Capisce che alludo alle Sue violazioni di domicilio, falsi e non so quali altri reati che ha commesso. E al fatto che e' o passa per demoralizzato e depresso. Non pensi che io sia un anarchico e favorevole ai falsi e alle rapine, o che dia scarso peso a queste cose. Ma nel Suo caso questi reati non sono affatto "comuni": sono gesti di disperazione. Poiche' essere colpevole come Lei lo e' ed essere esaltati, proprio per la propria colpa, come "eroi sorridenti", dev'essere una condizione intollerabile per un uomo onesto; per porre termine alla quale si puo' anche commettere qualche scorrettezza. Poiche' l'enormita' che pesava e pesa su di Lei non era capita, non poteva essere capita e non poteva essere fatta capire nel mondo a cui Lei appartiene, Lei doveva cercare di parlare ed agire nel linguaggio intelligibile costi', nel piccolo linguaggio della petty o della big larceny nei termini della societa' stessa. Cosi' Lei ha cercato di provare la Sua colpa con atti che fossero riconosciuti come reati. Ma anche questo non Le e' riuscito.
E' sempre condannato a passare per malato, anziche' per colpevole. E proprio per questo, perche' - per cosi' dire - non Le si concede la Sua colpa Lei e' e rimane un uomo infelice.

*

E ora, per finire, un suggerimento.
L'anno scorso ho visitato Hiroshima; e ho parlato con quelli che sono rimasti vivi dopo il Suo passaggio. Si rassicuri: non c'e' nessuno di quegli uomini che voglia perseguitare una vite nell'ingranaggio di una macchina militare (cio' che Lei era, quando, a ventisei anni, esegui' la Sua "missione"); non c'e' nessuno che La odi.
Ma ora Lei ha mostrato che, anche dopo essere stato adoperato come una vite, e' rimasto, a differenza degli altri, un uomo; o di esserlo ridiventato. Ed ecco la mia proposta, su cui Lei avra' modo di riflettere.
Il prossimo 6 agosto la popolazione di Hiroshima celebrera', come tutti gli anni, il giorno in cui "e' avvenuto". A quegli uomini Lei potrebbe inviare un messaggio, che dovrebbe giungere per il giorno della celebrazione. Se Lei dicesse da uomo a quegli uomini: "Allora non sapevo quel che facevo; ma ora lo so. E so che una cosa simile non dovra' piu' accadere; e che nessuno puo' chiedere a un altro di compierla"; e: "La vostra lotta contro il ripetersi di un'azione simile e' anche la mia lotta, e il vostro 'no more Hiroshima' e' anche il mio 'no more Hiroshima`, o qualcosa di simile puo' essere certo che con questo messaggio farebbe una gioia immensa ai sopravvissuti di Hiroshima e che sarebbe considerato da quegli uomini come un amico, come uno di loro. E che cio' accadrebbe a ragione, poiche' anche Lei, Eatherly, e' una vittima di Hiroshima. E cio' sarebbe forse anche per Lei, se non una consolazione, almeno una gioia.
Col sentimento che provo per ognuna di quelle vittime, La saluto

Guenther Anders



Linea d'ombra, Milano 1992. pp. 27-34.  in La domenica della nonviolenza. 123

pubblicato da joy_lb | plink | 02:09 |commenti
memoria, carteggi, hiroshima


lunedì, 07 maggio 2007


La memoria è di parte, si sa. E’ una struttura che seleziona tra cose da ricordare e cose da dimenticare. Lo fanno gli individui, lo fanno le società. Più o meno consciamente, conservano e cancellano. La memoria è una proprietà del sistema (sistema vivente, sistema sociale, …).
La memoria è una struttura di senso.

pubblicato da joy_lb | plink | 03:48 |commenti (2)
politica, riflessioni, memoria, resistenza, partigiani


giovedì, 26 aprile 2007

pubblicato da joy_lb | plink | 18:28 |commenti (2)
donne, libri, memoria, 25 aprile


mercoledì, 25 aprile 2007

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
 
11 febbraio 1917
 
ricevuta via e-mail da un'amica